Quando ho iniziato a fare teatro a livello amatoriale come attore non immaginavo potesse diventare un "lavoro vero". Mi portavo dietro un pesante retaggio culturale abbastanza tipico delle cittadine di provincia per cui "con l'arte non ci mangi".
Non vorrei mai generalizzare un argomento che si è prestato e si presta ad infinite interpretazioni, tutte lecite e tutte diverse.
E questa è una delle qualità più belle del fare teatro, la legittimazione della diversità. Il teatro sociale che pratico è un tentativo di stare al mondo.
Ciò che faccio è creare momenti, incontri e situazioni extra-quotidiani densi di significato e ad alto contenuto simbolico che possano essere d'aiuto e da stimolo per i partecipanti alle attività.
Ho così introdotto delle parole molto care a chi si occupa di teatro, e non solo... simbolo, extra-quotidiano, partecipanti.
Ne aggiungo un'altra e avremo un quadro quasi completo: rituale.
Sono dell'idea che noi tutti abbiamo bisogno di rituali, laici e divertenti, che ci riconnettano con le nostre parti più indifese e fragili, le quali possano trovare spazio ed accoglienza in un gruppo di altri che si mettano in gioco (ecco un'altra parola) per dare corpo, voce, respiro alle potenzialità inespresse e concedersi libertà creative mai (o quasi) esplorate.
Questa, sinteticamente, la mia visione di teatro sociale che sia emancipatorio per le persone, di qualsiasi età, provenienza, genere o credenza religiosa.
E così, torniamo alla legittimazione delle differenze che "offre" la pratica teatrale.
Si è lì, in gruppo, in un ambiente fisico (o magari virtuale, perché no?), in un tempo diverso da quello ordinario tutti insieme per creare.
L’ obiettivo è far nascere qualcosa, che sia uno spettacolo, un'emozione nuova, un canto che ci appartenga, una certa idea del mondo, un dipinto gigantesco o un po’ di benessere in più.